Ammesso e non concesso che l’italianità possa essere un limite culturale senza precedenti di sorta, viene il dubbio che il mondo non capisca, o meglio, che abbia capito ma non abbia ancora accettato nella sua interezza logico-sportiva quanto il racconto della cronaca svolga nella sua integrità. Un italiano che va forte in Formula 1. Porca troia, e chi se lo aspettava? Non certo gli inquilini della Perfida Albione e il loro incedere di dogmatici padroni del vapore. Quanto messo in luce da Andrea Kimi Antonelli in pista non ha possibili paragoni col passato e tanto meno con un presente che a fatica (forse a tratti) parla la sua lingua, nel frattempo incaricatasi di riscrivere in modo del tutto autonomo e indipendente, canoni di bellezza al volante per traiettorie di velocità. E certo, dire tutto questo in una giornata di sfiorata doppietta Ferrari suona ancora più blasfemo ed eretico, quasi 75 anni più tardi il primo successo in Formula 1 della Rossa proprio a Silverstone per mano dell’argentino Gonzàlez e 623 giorni dopo l’ultima vittoria del “predestinato” (ancora citato profeticamente in telecronaca…) Leclerc. Già, perché oltretutto il buon Kimi non ha nemmeno raggiunto la zona punti, negata da un guasto tecnico, più penalità per raggiunti track limits. La nuda e asettica cronaca, condivisa da un sentimento nazional popolare che non può e non vuol essere sovvertito. Semper fidelis alla Rossa e al Cavallino, da perfetto marines da corsa, dietro a una liturgia che apparentemente non sembra chiedere altro. Ecco il perché dell’eresia, del pensiero libero che sovverte lo status quo e la notizia nascosta di una cronaca che racconta altro. Un ragazzo di Bologna ha deciso che “si può fare”, immaginando un’altra Formula 1, in cui la velocità è frutto di una comunanza col muretto senza precedenti. Il racconto, la magia, il nuovo che avanza proposto da Antonelli è un semplice e fatato segreto di antichissima memoria, come fosse un consumato stratega dell’arte della guerra. Vincere, prima ancora di aver percorso un metro in pista, per uno nuovo spazio-tempo e una nuova era in Formula 1. Sun Tzu applicato a un volante da corsa per il massimo risultato possibile anche fosse un solo punto, guardando senza sosta avanti, a dieci, venti giri più tardi, sempre in prospettiva e perfetta simbiosi col proprio ingegnere di pista Peter Bonnington. Un nuova epoca per un nuovo pilota, in cui è facile individuare un giovane capostipite di nemmeno 20 anni, che porta il futuro nel presente, da immaginifico racconto fantastico. A Silverstone, Kimi può anche aver perso un Gran Premio ma il suo modo di correre ha già segnato invisibilmente e indelebilmente il tempo che verrà da perfetto computer da corsa, come più di 50 anni fa fu soprannominato Niki Lauda.
Italians do it better, dicevano.
Ma Kimi, è solo il meglio di un mondo che ancora non vede, l’avvenuto cambiamento.
Italians…
Ora fate anche i piloti da corsa?
Foto Fabio Vegetti








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