La realtà presenta un conto salatissimo al Cesena di Cole, che ora dovrà utilizzare il presente per interrogarsi sul proprio futuro.
Chi lo avremmo mai detto? La stagione del Cesena finisce dove nessuno avrebbe pensato potesse finire: fuori dai playoff, all’undicesimo posto e con la sensazione amara di aver sprecato non soltanto una posizione, ma l’ambizione che ha cullato la genesi del percorso sportivo 25-26.
Per mesi il Cavalluccio aveva dato l’impressione di poter restare nel segmento nobile del campionato, senza la forza delle grandi favorite, ma con sufficiente ordine utile a difendere il posto.
Poi un ritorno impietoso ha smascherato le ossa di un collettivo discontinuo, fragile, dall’identità intermittente e dunque incapace di riconoscersi laddove serviva personalità.
Il 3-4 con il Padova è stato il riassunto più crudele tra quelli plausibili. La vittoria – imperativa – è stata sostituita da un match scomposto, pieno di gol e povero di governo.
Dopo due minuti, il Cesena era già sotto, riuscendo a ribaltare tutto con Shpendi e Cerri – dando quindi al Manuzzi l’illusione di una serata liberatoria – salvo poi confondere reazione e controllo, dunque riassumendo l’intera stagione con una sconfitta caotica e in grado di attirare i più sonori fischi di un pubblico stoico e (nonostante tutto) innamorato.
Alla luce della realtà, l’undicesimo posto è piuttosto loquace. Dice che il Cesena ha smarrito l’ottavo posto quando avrebbe dovuto custodirlo con maturità.
Aggiunge che il cambio da Mignani ad Ashley Cole non ha prodotto la scossa sperata e sottolinea che il problema non è stato episodico, ma costellato da uno strutturale indebolimento mentale. In parole povere, il tecnico inglese ha ereditato una squadra già incrinata e non è riuscito a ricomporla.
Gli si poteva chiedere di più? Forse, pur non sentendomela di fare compagnia ai già corposissimi detrattori di Ashley, che invece vorrei potesse avere il giusto tempo utile ad esprimere un’idea di calcio scandita.
Chiudo con franchezza: il bilancio deve essere netto ma non tragico.
Il Cesena, d’altronde, non partiva con l’obbligo della promozione, sempre vista come un sogno da inseguire e con la richiesta implicita di non diventarne ossessionati.
Sarebbe sciocco, tuttavia, nascondere una delusione profonda quanto legittima, giustificata dall’abituale frequentazione della zona playoff che – sul più bello – ha scelto altri candidati e lasciato al Cavalluccio le sole briciole.
D’ora in avanti servirà abbandonare la retorica e investigare ogni carenza rifacente a solidità, gestione e – lo grido – personalità. Io credo in questo progetto, in questi ragazzi e pure in questo mister. Insieme si può fare grande il Cesena. Di nuovo.
Foto Fabio Casadei








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